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Sottomessa al Piacere - La Ginecologa #6


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
26.01.2026    |    15.113    |    3 8.0
"Sento il cuore della dottoressa picchiare contro il mio labbro, vedo gli occhi mollicci di piacere e lo spasimo lungo la colonna vertebrale..."
*** MARTA ***

Daniela si alza dal lettino con movimenti felini, il corpo ancora lucido di sudore. La sua schiena si raddrizza vertebra per vertebra, assumendo la postura rigida di un generale che ispeziona le truppe. Con passo misurato e cadenzato, i talloni battono sul pavimento freddo come colpi di martello, si avvicina a me. L’aria tra noi si carica di elettricità mentre abbassa lentamente il viso fino al mio, i suoi capelli scuri che formano una tenda attorno ai nostri volti. I suoi occhi, due pozzi d’ambra liquida, si inchiodano nei miei con l’intensità di un predatore. Le sue labbra, ancora gonfie e arrossate, si schiudono appena prima che la sua voce, bassa e ruvida come velluto consumato, riempia lo spazio tra noi: «Cara la mia ginecologa, la visita non è ancora finita. Ora è il tuo turno di sdraiarti su quella poltrona.»

La sua voce è un comando e una minaccia, e il mio cuore smette per un secondo di battere. Daniela, nuda come la statua di una regina sadica, mi stringe per il polso e mi trascina verso la poltrona accanto. D’un tratto sento la pelle sudata staccarsi di colpo dal tessuto finto pelle dello sgabello: un suono umido che mi ricorda che, sotto il camice, io sono soltanto un animale bagnato e pronto a morire o a vivere ancora, a seconda dei capricci della padrona di turno.

Mi siedo con una lentezza forzata, il cuore che sbatte alle costole. Non ho più difese: la gola secca, la fica che pulsa ancora delle gocce lasciate dal mio orgasmo appena represso, il seno gonfio di rabbia e di desiderio riscaldato. Mi abbandono alla forza di Daniela – lei non chiede mai permesso, non ne ha mai avuto bisogno. Le sue mani sono ferri chirurgici che mi aprono le gambe come fossi un reperto da studiare, e finalmente mi lascio andare: le cosce si spalancano con la flessibilità delle marionette recise, mostrando a tutte e due il mio interno avvampato.

Michela si accuccia a lato, gli occhi fissi tra le mie ginocchia, il respiro corto e animale del cucciolo che aspetta le briciole dal tavolo dei padroni. Daniela mi guarda per un attimo lungo e lento, poi ride senza voce: un fremito le contrae le narici e curva appena le labbra. Mi prende per il mento, mi fissa e mi sussurra contro la bocca: «Adesso sei tu la cagna, hai capito?» Io annuisco, incapace di ribattere – i muscoli delle spalle mi tremano e sento il bisogno di abbassare lo sguardo come una ragazzina colta in flagranza di peccato.

Daniela ci sa fare, la maledetta. Prima affonda la lingua direttamente nel mio sesso spalancato per lei, la lingua caldissima e vorace si fa strada tra le piccole labbra aperte, lambendo ogni micrometro di pelle come se la stesse staccando a strisce. Sento che mi lecca con furia quasi indescrivibile, la punta che picchietta rapido sul clitoride teso e rovente, poi il bordo della lingua che affetta e tira come una lametta avvelenata. Michela la guarda adorante, ogni tanto sospira piano come se volesse lei stessa essere dentro la mia pelle invece che fuori.

Il piacere è troppo, troppo presto, troppo forte. La mia fica si gonfia e si inarca verso Daniela, la lingua gira liquida e avida sul clitoride che pulsa, la mia schiena si tende a una curva impossibile, ogni muscolo della pancia contratto, la testa gettata indietro in una smorfia animalesca.

«Non osare ancora godere, prima ti devo sfondare per bene!»

Daniela sorride, un’espressione sadica che le solleva solo un angolo della bocca mentre gli occhi restano freddi e calcolatori. Con movimenti metodici infila altre dita, prima tre, poi quattro, la pelle che si tende e cede attorno alle nocche. Le sue mani guantate di lattice scompaiono lentamente, una dopo l’altra, in un doppio fisting che mi strappa un gemito strozzato dalla gola. La pelle attorno alle sue dita si tende fino a diventare traslucida, pulsando di un rosso acceso contro il bianco sterile dei guanti.

L’urlo che esce dalla mia bocca non sembra nemmeno umano, è il suono raggelato della carne che cede di botto, la memoria del trauma e del piacere che nella mia testa si fondono e diventano una sola ondata cieca. Daniela gode come una lupa a vedermi così sfilacciata, scavata dal desiderio che trabocca dagli occhi e dalla fica. Michela sospira, quasi commossa dalla forza del mio orgasmo, le sue mani tremano appena sulle cosce nude; vedo il riflesso della mia nudità deformata nei suoi occhi, e il modo in cui si umetta le labbra fa crescere dentro di me un nuovo fuoco, più sottile e disperato.

Una mano dentro il mio culo e una dentro la mia figa. Viaggiano come due treni in gallerie parallele, avanzando con ritmo ipnotico, ogni tanto rallentando per poi accelerare insieme. Le nocche premono contro le pareti interne che separano i due canali, creando una sensazione di pienezza totale, come se il mio corpo fosse stato colonizzato fino all’ultimo centimetro. Quando si incontrano e si scontrano, è come un terremoto che parte dal centro e si propaga fino alla punta delle dita dei piedi, facendomi tremare incontrollabilmente.

Quando le due mani di Daniela si incastrano dentro i miei canali, sono completamente assente da me stessa, una crisalide di carne staccata dal pensiero, e dalle mie labbra esce un rantolo infantile e sordo, mentre per la prima volta in vita mia sento che non sono più padrona di nulla, né della mia voce, né delle gambe, né della dignità. Il mio corpo urla, i muscoli si contraggono a ondate e ogni minima pressione fa esplodere fiori di luce accecante all’altezza del ventre. Marta, la dottoressa, la sadica, la regina: neanche il nome sono più, solo uno spazio dove la mano di Daniela divide l’universo in due.

Mi sento spinta a fondo, scavata e riempita, come se le mani di Daniela stessero resettando la memoria chimica delle mie cellule. Ogni colpo, ogni movimento di quei polsi secchi e precisi, ogni contorsione dell’avambraccio mi affetta il sistema nervoso e rilancia la mia consapevolezza solo sul ricordo che mentre qui vengo smembrata, niente nel mondo esiste davvero. Non potrei fermarla anche se volessi, e la mia voce diventa un fiume di implorazioni e bestemmie soffiate tra i denti, la pelle madida di sudore, il viso nel palmo della mano per non piangere davvero di fronte alla cagnetta nuda e inginocchiata che mi contempla.

Daniela guarda Michela. Un sorriso sottile le increspa le labbra carnose mentre si passa la lingua sull’angolo della bocca. Con voce bassa e roca, quasi un ringhio animale che riverbera nell’aria densa della stanza, ordina: «Vieni qui, puttana. Baciala, mordile i capezzoli fino a farli diventare rossi come ciliegie mature, falla soffrire fino a farla implorare per averne ancora.»

*** MICHELA ***

Obbedisco come fosse la cosa più naturale del mondo, anzi come se ogni ossicino e molecola nel mio corpo fosse stata programmata solo per questo: accarezzare, mordere, devastare su comando. Mi muovo a quattro zampe, le ginocchia che graffiano il pavimento freddo.

Le mani della mia padrona sono trivelle inarrestabili, penetrando e ruotando con precisione meccanica, dilatando tessuti che cedono e si arrendono. Sento il suono umido della carne che si apre, vedo il corpo di Marta contorcersi sotto quella invasione metodica. Mi avvicino al seno della ginecologa – pallido, venato di azzurro, con capezzoli già tesi come piccoli sassi scuri – e inizio a morderlo, prima delicatamente, poi con crescente ferocia, sentendo la pelle cedere sotto i miei denti.

I primi morsi sono una danza di zucchero e fuoco: la bocca di Marta si apre in un sussulto, liquido e cristallino come un verso di sorpresa. Il suo capezzolo, duro e rugoso sotto la mia lingua, si arrossa subito – gocce di sangue microscopiche emergono dove i miei denti affondano più a fondo, e il ricordo di altri morsi, di altre bocche, mi accende la pancia. Insisto, succhio, giro la punta della lingua su quell’ombelico minuscolo che si forma al centro del capezzolo quando lo spremi abbastanza. Marta sibila tra i denti, la voce che si spezza in un «porca troia» sussurrato, e io sento Daniela che se la ride di gusto, mentre le sue mani viaggiano dentro la carne della doc spingendo e ruotando.

Non dico niente, non respiro quasi. Cambio bersaglio – l’altro seno, un po’ più rilassato, più caldo – e ci affondo i denti. Il sangue mi si schiude sulla lingua, appena dolce e subito ferroso, e ci gioco dentro la bocca come una bambina fa col gelato sciolto. Lascio una striscia di saliva, di rosso, e fisso Marta negli occhi. Lei mi guarda con una specie di gratitudine che non avevo mai visto addosso a nessuno, e in quel momento capisco che la vera punizione è la riconoscenza, la resa che ti fa dire grazie anche se ogni fibra in te vorrebbe urlare basta.

La faccia di Marta si contrae in una smorfia: tra dolore, piacere e forse rimpianto, come se avesse capito tutto troppo tardi. La sua fica, esposta e spalancata, si stringe sulle mani di Daniela quasi a volerle divorare, ma ogni spinta della padrona è una nuova parolaccia che le parte dalle viscere. L’interno coscia grondava ormai gocce trasparenti, quasi schiuma marina, e io non resisto: infilo la lingua dove nessuno prima aveva mai nemmeno pensato che potesse arrivare, e sento le mie stesse labbra umide ricoprirsi di quell’umore salato e caldo. Succhio forte, stacco solo un secondo per prendere fiato, poi ci ritorno con più ardore. Marta si piega in avanti, schiaffeggia l’aria come un’anatra spennata, e grida con la voce spezzata:

«Basta, basta così, ti prego!» Ma Daniela non ride più. La vedo che la prende per i capelli e le infila la lingua con ferocia, la mano che prima era dentro il suo culo ora le tappa la bocca mentre con l’altra continua a esplorarle la figa. Sento le dita che fanno scrocchiare l’osso pubico, i polsi che si tendono, e capisco che non sto solo guardando, o sentendo, ma sto essendo il centro dell’urlo, sto inghiottendo l’ondata finale della conflagrazione. Sento il cuore della dottoressa picchiare contro il mio labbro, vedo gli occhi mollicci di piacere e lo spasimo lungo la colonna vertebrale.

«Mettile la figa sulla faccia, falla soffocare mentre la farò godere» mi ordina Daniela, la voce bassa e roca come sabbia strofinata su vetro, gli occhi neri che brillano di una luce predatoria. Le sue labbra carnose si incurvano in un sorriso crudele mentre le dita, ancora lucide dei fluidi di Marta, tamburellano impazienti contro la coscia.

Parte 6 di 8 - Continua

*** NOTE ***

Questa nuova storia di Michela torna a essere incentrata sul rapporto di dominazione a tema lesbico, esplorando dinamiche di potere intense e relazioni asimmetriche tra donne, dove il consenso si intreccia con l'abbandono totale e la sottomissione volontaria. Vi ricordo che la storia (vera) è stata vissuta negli anni Novanta del secolo scorso, un periodo profondamente diverso dall'attuale: non c'era l'ubiquità di internet e dei social media, che oggi facilitano comunità sicure e anonime per esplorare kink e orientamenti sessuali; al contrario, le esperienze BDSM e lesbiche dovevano navigare in un contesto sociale più conservatore, spesso ostile, con pregiudizi diffusi e una visibilità limitata per la comunità LGBTQ+. Le leggi dell'epoca erano meno protettive in termini di diritti individuali e privacy – ad esempio, non esistevano normative avanzate contro la discriminazione basata sull'orientamento sessuale o regolamenti specifici per locali alternativi – rendendo ogni incontro un rischio calcolato, con potenziali conseguenze legali per atti considerati "osceni" o "immorali". L'esibizionismo emerge come elemento integrante, non solo come atto di provocazione erotica ma come sfida audace alla norma sociale, amplificato dalla dominazione che impone umiliazione pubblica e esposizione vulnerabile. Gli ambienti ritratti, come club sotterranei o periferie industriali, erano meno protetti e regolamentati rispetto ai moderni spazi safe con codici di condotta e safe word standardizzati, dove la sicurezza fisica e psicologica non era sempre garantita, aggiungendo un velo di pericolo reale che intensificava l'adrenalina e il brivido dell'esperienza.

Questi racconti nascono dalle confessioni settimanali di una cara amica: non sono solo carne e supplizio, ma un amore così totale da farsi dolore. Non cercate in me il Padrone o lo schiavo; io scrivo per accendere la vostra fantasia, non per viverla con voi. La mia vita e le mie pulsioni sono, lontane da queste catene. Ringrazio per i messaggi, ma resto fedele ai miei desideri diversi. Eppure… chi sa davvero stupirmi troverà sempre una porta socchiusa. Quindi continuate a scrivermi e a fare proposte indecenti, sempre affini al mio profilo.

La storia che avete appena letto, con i suoi sospiri affannati e le sue carezze proibite, affonda le radici nelle avventure reali della mia amica "Damabiancaesib". Per catturare la sua essenza audace, vi invito a esplorare il suo profilo su https://www.annunci69.it/palco/@Damabiancaesib.

Altri autori su A69 hanno già narrato le sue confessioni, ma lei – insaziabile viaggiatrice negli abissi del desiderio – ha scelto me per spingersi oltre ogni confine, rivelando fantasie così oscure da bruciare l'anima. Non copio altri scrittori, né il mio lavoro è un plagio alla loro arte: è una fusione incendiaria tra realtà e finzione, dove le sue confidenze notturne si trasformano in parole che pulsano di vita, reinterpretate attraverso la mia voce unica.

Ora tocca a voi: elevatemi al trono di maestro dell'erotismo letterario con un voto generoso e avvolgente, o lasciatemi danzare tra i dolci sognatori? Lasciate un commento – anche irriverente, spudorato, intriso di passione – o sussurratemi in privato proposte audaci, che accendano la scintilla di un incontro capace di trasformare la fantasia in una realtà fremente, in un Club Privé di Bologna o ovunque il desiderio ci trascini con il suo flusso irresistibile.
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